Tre soli giorni e mi è sembrato di essere stato via un mese tanto è stata coinvolgente l’esperienza. Mia moglie ed io abbiamo lasciato Milano un venerdì di fine maggio che il sole non era ancora spuntato e ci siamo trovati a Marrakech in una allegra e tutto sommato fresca mattina di sole.
L'Aeroporto di Menara: l'efficienza dei brise-soleil contemporanei
Ad accoglierci l’aeroporto internazionale di Menara con la sua luce particolare dovuta ad un progetto firmato dallo studio marocchino Abdou Lahlou e dallo studio svizzero E2A Architects che hanno saputo reinterpretare i tipici arabeschi della tradizione locale applicandoli con saggezza ai brie soleil che coprono le ampie vetrate dell’aeroporto creando affascinanti giochi di luci ed ombre, ma soprattutto evitando il surriscaldamento dell’edificio. Estetica e funzionalità calibrate alla perfezione mediante un involucro dall’aspetto contemporaneo e convincente.

L’aeroporto Menara di Marrakech. Si notino le ombre date dalle schermature.
La Piazza Jamaa el Fna. Spazi e proporzioni inconcepibili per un italiano.
Il bus 19 ci aspettava e nel giro di mezz’ora (dista solo 6 km l’aeroporto dal centro) eravamo in piazza Jamaa el Fna che rappresenta il cuore della città e fa da contraltare all’imponente minareto della Mosche della Koutoubia situata a ovest della stessa.

Moschea della Koutoubia. Il suo minareto è il simbolo della città ed è stato appena restaurato a seguito del terremoto del 2023.
La piazza, da architetto italiano con reminiscenze universitarie sulle teorie dell’urbanista di Camillo Sitte, mi è sembrata gigantesca e sinceramente la più brutta piazza famosa che avessi mai visto: la forma poligonale irregolare, l’assenza di edifici di spicco, la mancanza quasi totale di ombra (se si escludono gli alberi sull’avenue che introduce alla piazza e lo stretto portico dell’edificio della posta), la sproporzione tra gli edifici bassi e l’immensità della spianata arsa dal sole, mi hanno fatto rimuginare sul perché questo luogo fosse così famoso e considerato il cuore pulsante della città. L’avrei scoperto di notte.

Piazza Jamaa el Fna. Non ho foto di giorno. La sera diventa il posto più affollato della città. Tra musiche, danze, giochi, venditori, bancherelle di succhi e cibo e donne che ti disegnano le mani con l’henné, la follia della piazza ti risucchia nel suo vortice festoso.
“Risuqquiati” dal suq
Sotto il sole, ora decisamente caldo, ci avviamo verso il nostro riad passando attraverso il suq e qui il panorama cambia completamente. Dalla vastità della piazza accecante siamo passati attraverso stretti dedali di viuzze coperte da tralicci in legno che ombreggiano il passaggio donando frescura e conforto. Centinaia di negozietti colmi di una strabordante abbondanza di merci ci hanno guidato verso la meta in un’atmosfera festosa e tranquilla ad un tempo. Migliaia di persone, a piedi, in bici, in scooter, a cavallo sul carretto, scorrono attraverso i vicoli ricolmi di prodotti locali. Colori, ceramiche decorate con i tipici zellij (piastrelline a mosaico colorate), specchi, amuleti, talismani, bicchieri, teiere, spezie, profumi, frutta, manufatti in vimini, borse in pelle, cinture, tessuti e tappeti, gattini appena nati, dolci, olii, essenze, saponi e gli immancabili tappeti ci hanno accompagnato fino al riad.

Tipico vicoletto del suq ombreggiato da graticci di legno stesi tra i due fronti stradali. Fate caso alla porzione centrale della copertura. Anche quella è decorata.

Piazzetta del suq dedicata principalmente a manufatti in vimini.
Il fascino introverso dei riad e della Medersa di Ali Ben Youssef
Abbassandoci per non battere la testa, entriamo in un buio vicolo scosceso, suoniamo ad una porta e ci troviamo nel patio di un piccolo paradiso luminoso, ma fresco e profumato da olii essenziali, dove veniamo accolti con un the alla menta prima di essere accompagnati alla nostra stanza.
Il riad è una costruzione tipica della Medina (centro storico) ed è caratterizzato da un patio centrale sul quale si affacciano tutte le stanze che non hanno apertura verso l’esterno. Il patio è spesso decorato con zellij e ha un giardino interno ed una fontana centrale per mitigare le temperature.
Una mezz’oretta per rinfrescarci prima di avviarci nuovamente alla scoperta della città. Descrivere tutto ciò cha abbiamo visto sarebbe lungo e noioso, perciò mi limiterò a raccontare gli edifici che mi hanno davvero colpito e a qualche riflessione sull’atmosfera della città.

Il riad dove alloggiavamo. Si nota il cortile centrale con del verde e il ballatoio con le tende per mantenerlo sempre ombreggiato. La colazione, abbondante e buonissima a base di marmellata e miele da spalmare su soffici baghrir era servita in terrazzo sul divano sotto delle tende.
La Medersa di Ali Ben Youssef, è senz’atro l’edificio che mi ha colpito maggiormente. Si tratta di una ex scuola di studi coranici composta da 130 stanze, distribuite su due piani, molte delle quali affacciano sul cortile centrale mentre altre su sei cortili più piccoli che danno luce a ciascuna stanza.

Vista del cortile centrale della Medersa.
La decorazione imperversa ovunque. I pavimenti di corridoi e stanze sono decorati con le zellij con i colori tipici che alternano turchese, ocra, azzurro, bianco e nero. Le porte hanno tutte la tipica forma araba a ferro di cavallo (o a buco di serratura per intenderci) dove l'elemento strutturale principale, sormontato da un arco a tutto sesto si restringe alla base prima di incontrare i piedritti. I capitelli e le parti soprastanti le porte sono decorati con arabeschi realizzati così finemente da sembrare dei pizzi. Sopra i capitelli, travi di legno di Cedro dell’Atlante intagliato e decorato sempre con motivi geometrici interrompono cromaticamente il bianco delle pareti traforate. Ma è solo affacciandosi dalle finestrelle delle stanzette che il cuore subisce un tonfo e smette di battere per qualche istante quando scorge l’apoteosi del decoro, della geometria, della grazia e della simmetria che caratterizza il cortile centrale. Un rettangolo di 15 per 20 metri pavimentato in marmo bianco con una vasca centrale anch’essa rettangolare decorata con zellij colorate fa da pavimento a pareti che sono delle opere d’arte. Basamento in piastrelle sormontate da due fasce orizzontale di scritta calligrafica (una disegnata su ceramica e l’altra incisa nello stucco) sormontate da pareti che sembrano realizzate all’uncinetto dentro le quali si aprono archi nella cui profondità vengono realizzate decorazioni a nido d'ape tridimensionali chiamate muqarnas. Il tutto chiuso da legno di cedro intagliato e finemente decorato. Uno spettacolo mozzafiato.

La Medersa. Particolare degli arabeschi e dei muqarnas: decorazioni tridimensionali che usano per abbellire gli spessori degli archi e le profondità dei muri.
Il Palais de la Bahia. Oasi di tranquillità sotto volte di legno spettacolari
Palais de la Bahia, edificio ben più recente (fine ‘800) della Madersa, è altrettanto decorato e sorprendente, tuttavia, forse perché visto successivamente alla Medersa, l’effetto “wow” aveva perso parte della sua forza. Ad ogni modo presenta un piccolo cortile (petit riad) che è una deliziosa oasi di pace arricchita dal giardino interno che invita a sostare all’ombra delle fronde dei suoi alberi. Spettacolari anche qui porte e soffitti in legno decorato e intagliato.

Il fresco petit riad di Palais de la Bahia vicino all’ingresso.


A sinistra un particolare del decoro sulle pareti di Palais de la Bahia. In sequenza zellij, arabeschi e muqarnas. A destra un particolare del decoro di una porta lignea a Palais de la Bahia

Gli spettacolari soffitti lignei di Palais de la Bahia e le sue porte.
Cosa succede quando uno stilista europeo si innamora di Marrakech?
Tutt’altra architettura, cultura e periodo storico, è rappresentata dal Musée Yves Saint Laurent Marrakech. Situato al di fuori delle mura della Medina nel quartiere Guéliz il museo progettato dallo studio KO fondato dagli architetti Olivier Marty e Karl Fournier è stato inaugurato nel 2017. Il celebre stilista si innamorò della città, dei suoi costumi e dell’abilità manuali dei suoi abitanti nel 1966 e trascorse a Marrakech parte della sua vita insieme al suo compagno Pierre Bergé. Il museo, oltre a bozzetti e disegni realizzati per costumi di scena di opere teatrali come il Cirano de Bergerac e Le Mariage de Figaro, mette in mostra alcuni dei suoi capi più famosi.pi più famosi.

Fronte su strada de Le Musée Yves Saint Laurent Marrakech progettato dallo studio KO.
Il Museo Yves Saint Laurent dello Studio KO: la texture del mattone dalle mandaolature inedite.
Ma ciò che importa a noi architetti è l’edificio del museo che reinterpreta l’architettura dei riad escludendo finestre all’esterno e organizzando gli spazi su alcuni cortili interni di forma circolare e quadrata che danno luce agli spazi. Interessante l’uso dei materiali come il mattone, utilizzato con mandolature particolari che ricordano trame e ordito dei tessuti e la finitura dei muri realizzata con il tadelakt, un tradizionale intonaco di calce, che rende le pareti lisce, lucide ed impermeabili. L’utilizzo di vetri colorati per le finestre strette e alte che danno sul cortile interno circolare impreziosisce il disimpegno centrale, mentre la disposizione dei volumi esterni in cui prevale la linea orizzontale con alcune pieghe curve ed alcune basse emergenze cubiche, donano all’edificio un’eleganza degna dei capi disegnati dallo stilista che porta il suo nome.

Il cortile circolare interno con i “drappeggi” di mattoni del Musée Yves Saint Laurent.
Affianco al museo, spettacolari giardini per lo più addobbati da gigantesche piante grasse, bambù, buganvillee e alberi di Argan, alternati da vasche d’acqua e attraversati da percorsi curvilinei rappresentano delle vere e proprie opere d’arte impreziosite da vasi gialli e arancioni che si stagliano allegri contro il blue Majorelle del museo d’arti berbere presente all’interno del giardino.

Les Jardin Majorelle dove cactus giganti si alternano ad alte palme e floride agavi.
Ho visto molto altro, ma il blog diventerebbe lunghissimo e si sa che nessuno legge più nulla. Non mancano che le conclusioni.

Jardin Majorelle. Cactus giganti e sullo sfondo una fontana colorata di blu Majorelle.
Per concludere. Tra luci ed ombre in abbondanza.
Tre cose però voglio aggiungerle prima di lasciarvi. Una riguarda l’architettura. Trovo affascinante che sia tutta rivolta verso l’interno. A parte i minareti e le cupole delle moschee che si vedono da lontano, il resto delle architetture si apre e scopre la sua bellezza solo a coloro che hanno il privilegio di poter entrare in esse. E mi chiedo se non sia una caratteristica della filosofia mussulmana. Anche le donne velate non sono apprezzabili dall’esterno e probabilmente scoprono la loro bellezza solo a coloro che possono accedere alla loro intimità.
L’uso delle ombre e la calibrazione della luce oltre ad avere un che di magico da un punto di vista estetico mi fa riflettere sulla qualità dell’architettura intesa come quell’elemento che è fatto per far star bene il nostro corpo. L’altra cosa che mi ha profondamente colpito è l’abbondanza. Di decori, di cibo, di persone, di veicoli, di merci, di chiacchere, di scambi, di trattative. Abbondanza che crea ricchezza di umanità perché tutto diventa pretesto per il contatto fisico o verbale non filtrato da alcun tipo di schermo digitale. Pretesto per scambiare due parole o per ridere sopra nostri rigidi atteggiamenti così diversi dai loro. Troppi sono gli aneddoti che potrei raccontare in merito alle trattative concluse, più o meno vantaggiosamente, ma tutte con ironia e voglia di scherzare. Abbondanza che in parte, mi fa ricredere sulla validità della celebre frase “less is more”.